Una tecnologia che imita la natura: l’intervista a Green Independence

Green Independence

E se grazie all’innovazione tecnologica fosse possibile riprodurre una “foglia artificiale” che riesca ad apportare gli stessi contributi, ma su grande scala? A questo si ispira il progetto “New Artificial Leaf” di Green Independence, una startup innovativa che proprio nelle foglie ha trovato la sua ispirazione.

Con Egato 4 Latina abbiamo intervistato i due fondatori Marta Pisani, marketing e open innovation expert, COO & CMO, e Alessandro Monticelli, ingegnere meccanico e supply chain expert, CTO & CEO, per indagare come Green Independence sia riuscita a “imitare la natura”.

Da dove nasce l’idea di Green Independence?

Green Independence (GI) nasce nel 2020 ma ha alle sue spalle dieci anni di ricerca e sviluppo in collaborazione con il Politecnico di Torino. L’idea tecnologica alla base del progetto di GI, la New Artificial Leaf (NAL), nasce infatti durante il percorso di studi di Alessandro tra il Politecnico di Torino e l’University of Illinois a Chicago, dove ha prodotto due tesi riguardanti proprio la scienza alla base di NAL.

Il vostro segreto per produrre energia e purificare le acque è “imitare la natura”: ma come funziona la vostra tecnologia?

NAL è un pannello solare evoluto e multifunzionale che lavora proprio come una foglia: purifica acque di scarto (o acque marine) e produce idrogeno verde in maniera totalmente indipendente dalla rete elettrica.

In altre parole: partiamo da un pannello fotovoltaico classico che, in media, ha circa il 20% di efficienza (quindi per ogni kW di potenza solare assorbita, vengono prodotti circa 200W di potenza elettrica); il restante 80% viene sprecato sotto forma di calore dissipato. Noi sfruttiamo questo calore dissipato per purificare acque di scarto o dissalare acque marine, fornendo al contempo energia elettrica. Questo sistema, noto come Solar-Water Purification Module (o S-WPM, uno dei due moduli che compongono la NAL), offre un’alternativa più sostenibile al sistema di Reverse Osmosis per desalinizzare le acque marine, in quanto non presenta il problema della salamoia, prodotto di scarto del Reverse Osmosis pericoloso per l’ambiente marino.

L’altro modulo che compone la NAL è l’Electrochemical Module (o ECM) ovvero il modulo adibito alla produzione di idrogeno. Quando il pannello fotovoltaico produce energia elettrica che non viene usata immediatamente, il modulo trasforma l’elettricità in eccesso in idrogeno verde direttamente all’interno del pannello fotovoltaico, senza necessità di energia elettrica proveniente dalla rete e senza bisogno di continua sorveglianza o manutenzione eccessiva. La NAL è perfetta per la produzione decentralizzata di idrogeno, risolvendo due dei problemi principali per la diffusione e l’utilizzo dell’idrogeno verde: costo di produzione e accessibilità.

Che cosa intendiamo con “idrogeno verde” e come è possibile ottenerlo dall’acqua?

Il processo di produzione dell’idrogeno verde avviene tramite scissione dell’acqua in idrogeno e ossigeno. Viene denominato “verde” perché l’energia utilizzata viene prodotta tramite fonti rinnovabili, nel nostro caso il sole. La peculiarità della nostra tecnologia è il mini-elettrolizzatore integrato nel pannello, all’interno del quale avviene la reazione. Questo utilizza materiali e componenti a bassissimo costo e, inoltre, lavora a basse pressioni e basse temperature: è infatti un dispositivo che non necessita di manutenzioni particolari o di una sorveglianza attiva e costante e per questo può essere installato non solo in ambiente industriale ma anche lungo le infrastrutture e, in futuro, si spera anche sui tetti delle nostre case.

È quindi un tipo di tecnologia pensata anche in funzione di una copertura domestica?

Considerando che non richieda una sorveglianza o una manutenzione continua, la New Artificial Leaf sarà adatta a tutti i tipi di applicazioni. Le prime installazioni saranno comunque di tipo industriale, sia per una questione di domanda – esistono già realtà che utilizzano idrogeno e/o che devono affrontare una transizione energetica da fonti carbon fossili a fonti rinnovabili: La NAL è perfetta per accompagnare questa transizione -, sia per una questione normativa – ad oggi la normativa sulla produzione/utilizzo dell’idrogeno al di fuori del comparto industriale non è ancora chiara.

Grazie a questa tecnica quanta acqua siete riusciti a recuperare?

Le stime di performance a completamento dello sviluppo sono di circa 1 L/m2 di acqua purificata prodotta ogni ora. Queste stime di performance sono state validate da studi fatti grazie al supporto dei team di ricerca del Politecnico di Torino.

La riqualificazione del Canale delle Acque Medie di Latina: il progetto dell’Università La Sapienza

La Piana Pontina si dimostra essere particolarmente vulnerabile a modifiche del ciclo idrologico e all’innalzamento del livello marino. Questo è dovuto principalmente alla sua collocazione e struttura morfologica. Tutto ciò può generare fenomeni come la salinizzazione dei corpi idrici sotterranei o il degrado di quelli superficiali. Per questo motivo l’Università La Sapienza si è impegnata in attività di ricerca, dottorati e tirocini su tematiche dell’acqua. L’iniziativa rivolta al Canale delle Acque Medie di Latina rappresenta un esempio di questo impegno.

Noi di Egato 4 Latina abbiamo intervistato Francesco Cioffi e Alberto Budoni, entrambi professori associati presso il Dipartimento di ingegneria Civile, Edile e Ambientale dell’Università di Roma La Sapienza, che con il Gruppo di lavoro del Ce.R.S.I.Te.S hanno sviluppato e dato vita al progetto.

Come nasce la scelta di riqualificare il Canale delle Acque Medie?

L’iniziativa nasce nell’ambito del Progetto Upper, finanziato dall’Unione Europea, del bando Urban Innovative Actions iniziato nell’autunno del 2019 e terminato nell’agosto 2023.
Il progetto ha come capofila il Comune di Latina con la partecipazione di diversi partner tra cui il Ce.R.S.I.Te.S., Centro di ricerca e servizi che gestisce il Polo di Latina di Sapienza Università di Roma.

La scelta di agire sul Canale delle Acque medie è dovuta all’esclusione di questo dai siti scelti per un rinnovamento: purtroppo, le difficoltà createsi prima dal Covid e poi dal rincaro dei prezzi delle opere pubbliche hanno indotto il Comune di Latina a restringere i siti dimostrativi su cui intervenire entro agosto 2023. Per i siti esclusi è stato rimandato l’intervento a fasi successive, ovvero al momento in cui sarebbe stato possibile reperire dei fondi appositi.

Per questo motivo in nostro Gruppo di lavoro, in accordo con il Comune, ha proposto di sviluppare un progetto che utilizzasse le aree Upper come innesco di un processo di riqualificazione più ampio, basato sull’ipotesi di un parco urbano delineato anche in riferimento alle iniziative promosse da parte di comitati ed associazioni di cittadini e abitanti dei luoghi.

Perché tra i diversi siti lasciati in sospeso avete scelto proprio il Canale delle Acque Medie?

Il Canale delle Acque medie è un apparato progettato negli anni Trenta. Questo è stato costruito prendendo in considerazione i livelli di pioggia massima (che, ai tempi, risultavano essere quelli registrati nel 1903). Ciò che ne è risultato è però una sezione sottostimata rispetto ai possibili eventi estremi idrologici che hanno interessato il canale. Per esempio, già nel febbraio 1942 il livello di massima piena fu superato di 1 metro con cospicui allagamenti tra Latina e Rio Martino. 

Fra gli eventi alluvionali che hanno interessato il Canale va inoltre menzionato l’evento dell’8 Novembre 2014 che ha colpito i quartieri Gionchetto e Pantanaccio.  Questi, posizionati sopra un’area originariamente adibita a vasca d’espansione idraulica del Canale delle Acque Medie, ancora oggi vedono un elevato rischio di inondazione.

Va anche osservato che altri fenomeni possono rendere ancora più elevato il rischio da alluvione: ne sono un esempio l’innalzamento del livello marino o la possibile intensificazione degli eventi di pioggia estrema dovuti all’aumento globale della temperatura.

Quindi l’intervento sarà volto a eliminare eventuali rischi idrogeologici?

Si, uno degli obiettivi del progetto è proprio la mitigazione dei rischi dovuti ad eventi idrologici estremi, sia di tipo alluvionale sia conseguenti a siccità.  L’area interessata è infatti particolarmente vulnerabile a entrambi questi rischi. Il problema è quello di pensare soluzioni progettuali che consentano di attenuare un tipo di rischio, per esempio quello alluvionale, senza produrre un incremento non voluto del rischio di altro tipo, per esempio siccità. Per questo sono state previste aree di espansioni per laminare le piene del canale in modo da utilizzarle per la ricarica della falda.

Quali saranno gli altri obiettivi ambientali?

Gli obiettivi sono numerosi: difendere le aree urbane potenzialmente a rischio di alluvione come, ad esempio, i quartieri del Quartaccio e del Pantanaccio; consentire il recupero di aree naturalistiche ad uso ricreativo; rendere più resiliente il sistema idrico davanti a eventi di siccità; prevenire l’aggravarsi dell’isola di calore e contribuire alla salvaguardia della biodiversità; migliorare la qualità dell’aria e dell’acqua e diminuire l’inquinamento del suolo.

E per quanto riguarda il miglioramento della qualità delle acque?

Il progetto non è finalizzato specificatamente al miglioramento della qualità delle acque. Questo rimane comunque un importante aspetto che andrebbe tenuto in conto per futuri interventi. Per esempio, l’individuazione di scarichi abusivi e acque non trattate dovrebbe essere perseguita con determinazione.  Ciò nonostante, alcune soluzioni previste per la difesa idraulica dalle inondazioni possono anche contribuire al miglioramento della qualità delle acque.

Infatti il risanamento del Canale delle Acque Medie ha un obiettivo sociale, oltre che ambientale: la fruizione da parte dell’intera cittadinanza.

Il progetto vede il suo punto di forza proprio nella sistemazione delle sponde del canale per una valorizzazione sia ambientale che sociale. Questo favorirà il miglioramento degli habitat per la fauna, offrendo allo stesso tempo percorsi di fruizione ciclopedonale e di sosta, comprensivi di una struttura per il birdwatching.

Inoltre, l’iniziativa permetterà lo sviluppo di start-up dedicate alla produzione di piante e alla fornitura di servizi alla popolazione. Questo significherà, infatti, ridurre l’esclusione sociale e il rischio di povertà di persone marginalizzate attraverso il programma di formazione e inserimento lavorativo per cittadini in situazioni di vulnerabilità.

I cittadini sono quindi protagonisti della progettazione e della gestione delle aree verdi urbane coinvolte nel progetto. Un obiettivo possibile grazie agli UPPER City Lab, laboratori di co-progettazione, e alle piattaforme web interattive.

Ci sono già dei risultati tangibili ottenuti grazie al progetto?

In termini di trasformazioni fisiche non ancora, ma il progetto ha contribuito a delineare una programmazione di opere pubbliche su cui il Comune potrà impegnarsi reperendo i finanziamenti necessari. Nello stesso tempo, gli abitanti hanno a disposizione delle proposte di trasformazione su cui proseguire la maturazione di una coscienza di luogo, continuare a sviluppare l’attività di coprogettazione e, in prospettiva, diventare soggetti propositivi di patti di collaborazione con il Comune.

Un grazie ai collaboratori del gruppo di lavoro del Ce.R.S.I.Te.S.: Giuseppe Bonifazi; Nice Canari; Mario Giannini; Mauro Iberite; Paolo Marzano; Giovanni Mastrobuoni; Luigi Onori; Andrea Tardio; Gianluca Vavoli; Sergio Zerunian.

Pubblicato il bando di gara per la costruzione della nuova condotta nella centrale di Sardelle

È stato pubblicato da Acqualatina S.p.A il bando di gara per l’affidamento dell’esecuzione dei lavori per la realizzazione della nuova condotta adduttrice di collegamento dalla centrale di Sardellane alla via Appia nel Comune di Sezze.

L’importo previsto per l’appalto – cofinanziato con i fondi PNRR – sarà di oltre 10.9 milioni di euro, mentre il tempo di esecuzione stabilita dal Gestore sarà di 540 giorni, circa un anno e mezzo.

Il termine ultimo per la presentazione delle offerte sarà in data 16 febbraio 2023.

I requisiti di ammissione e la documentazione saranno consultabili all’interno della pagina di Acqualatina (clicca qua). Ad aggiudicarsi il finanziamento sarà l’offerta economica più vantaggiosa, individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo.

A Sabaudia l’acqua ha “una storia a lieto fine”

Acqua, una storia a lieto fine

La siccità che ha colpito gli ultimi anni è un segnale chiaro di come dovremmo ripensare all’utilizzo che facciamo dell’acqua: educare le nuove generazioni verso la tutela e il riciclo della risorsa diventa un punto centrale riguardo al futuro. Ed è quello che è stato fatto dall’Istituto Pangea onlus che, coinvolgendo le scuole del Comune di Sabaudia, ha dato vita al progetto “Acqua: una storia a lieto fine” per sensibilizzare alla riduzione dell’inquinamento di origine domestica di fiumi, laghi e mare e al riutilizzo delle acque reflue, unendo l’evoluzione tecnologica odierna alla storia dell’Antica Roma.

Noi di Egato 4 Latina abbiamo intervistato Giulia Sirgiovanni, vicepresidente dell’Istituto Pangea e Responsabile del progetto, per farci raccontare come sono stati coinvolti i cittadini più giovani all’interno dell’iniziativa.

Giulia, come nasce il progetto?

L’iniziativa nasce in risposta ad un bando della Provincia di Latina per la “Realizzazione di campagne didattiche”  nell’ambito del Piano di Riqualificazione Ambientale del Progetto Rewetland. Il Comune di Sabaudia ha ottenuto il co-finanziamento e l’Istituto Pangea onlus, che ne gestisce il laboratorio territoriale di educazione ambientale “Labnet Lazio”, ha realizzato il progetto.

Abbiamo cominciato con un’azione formativa destinata agli insegnanti di entrambi gli Istituti comprensivi di Sabaudia  con approfondimenti e attività pratiche che si sono svolti in parte in aula e in parte sul campo nel territorio del Parco Nazionale del Circeo che è anche un partner del progetto.  A seguire sono state coinvolte complessivamente 25 classi di questi insegnanti, classi di tutti gli ordini e gradi dalle scuole primarie fino alle superiori.

Il progetto si chiama “Acqua, una storia a lieto fine” e, infatti, nel racconto della risorsa vi siete proprio immersi nella storia?

Si. Il progetto nasce per educare le giovani generazioni ad usare sempre meno prodotti inquinanti e al “riciclo” della risorsa. Si è parlato di acque reflue e di fitodepurazione  – ovvero un sistema naturale di depurazione che ne permette il loro riutilizzo. Le attività didattiche in aula e sul campo sono state diverse,  tra quelle più interessanti ci sono proprio le uscite realizzate nella villa dell’Imperatore Domiziano. Tutti sappiamo quanto l’acqua sia stata un elemento fondamentale nella storia dell’Antica Roma. I resti della villa, del I secolo d.C., sono un esempio di quanto fossero avanzati gli impianti idrici costruiti 2000 anni fa dai Romani.

Sul luogo abbiamo mostrato ai ragazzi, ad esempio, la cosiddetta “forica” (una latrina) nella quale tutt’oggi notiamo la canaletta esterna. Quest’ultima, che serviva per fornire l’acqua per l’igiene intima della persona, proseguiva passando sotto le sedute della latrina stessa. Grazie all’ingegnosità della costruzione, l’acqua utilizzata dai Romani per lavarsi, era la stessa che ripuliva la forica dalle deiezioni. Quindi, al contrario di quanto avviene oggi, non utilizzavano acqua potabile per lo scarico, ma avevano trovato un modo di riutilizzare le acque reflue.

Abbiamo scelto di collegare questo percorso alla formazione degli studenti per dimostrare che concetti importanti come l’uso razionale dell’acqua e l’igiene erano applicati in epoche storiche molto lontane con modalità molto simili a quelle attuali, a volte persino migliori. È stato anche importante farli riflettere sul fatto che, con la caduta dell’Impero Romano, per circa 1500 anni la civiltà occidentale ha abbandonato tutte queste buone pratiche, che noi diamo per scontate, e le ha ritrovate solo negli ultimi 70 anni.

Questa era però solo una prima parte delle attività: avete infatti messo alla prova gli studenti con esercitazioni diversificate in base al loro grado scolastico.

Si, le attività sono state numerose e ognuna di queste era calibrata a seconda delle potenzialità degli studenti e ai loro programmi scolastici. Anche le esercitazioni  finali sono state modulate seguendo questo criterio. Le scuole primarie e secondarie di primo grado hanno seguito una breve formazione sulla scrittura creativa e la realizzazione di pannelli in linea con i principi dell’Interpretazione Ambientale – brevi e accattivanti – e poi hanno elaborato una propri proposta di pannello divulgativo volto a coinvolgere la popolazione e i turisti sul tema delle acque reflue; per le scuole secondarie di secondo grado abbiamo invece deciso di testare le abilità e la creatività chiedendo di svolgere attività più elaborate come sperimentazioni o campagne social, sempre dopo aver seguito una breve formazione.

E quali sono stati i risultati finali?

Nel caso degli studenti più piccoli – elementari e medie – sulla base di quanto svolto con le classi, abbiamo elaborato tre pannelli. Questi verranno posizionati su una struttura mobile che può essere spostata in diversi siti del Comune di Sabaudia. Nella grafica abbiamo inserito disegni e testi creati dai ragazzi nell’ambito delle esercitazioni.


Nel caso degli studenti più grandi, le attività sono state più articolate. Alcune classi si sono cimentate nella costruzione di un piccolo impianto di fitodepurazione con materiali di riciclo, così da capire come le acque reflue possono essere riutilizzate anche in ambito domestico. Le altre hanno invece elaborato una campagna social: attraverso il profilo Tik Tok e Instagram degli studenti e quelli Instagram e Facebook dell’Istituto Pangea sono stati divulgati dei contenuti di colore (come reel o meme) sempre per sensibilizzare all’uso consapevole dell’acqua e al suo riutilizzo.

E infine di tutto il lavoro ne è uscita una pubblicazione?

Esattamente. Dopo l’incontro con le classi abbiamo pubblicato tre fascicoli – un manuale per insegnanti e due quaderni per i ragazzi – entrambi sul tema dell’acqua.
Questi sono andati ad arricchire una collana di dodici fascicoli inerenti ai progetti ambientali realizzati in passato da Labnet Lazio e che oggi sono consultabili sul nostro sito. Ne siamo davvero entusiasti, è stato un lavoro intenso ma molto apprezzato dal territorio, proprio per questo verrà realizzato, in una chiave simile, un progetto sul tema delle acque anche in una scuola del Comune di Latina.

Novità per gli impianti idrici del Lazio Meridionale: nuove tutele per i cittadini

Mercoledì 21 dicembre – Sono state approvate, dalla Conferenza dei Sindaci e dei Presidenti dell’ATO4 Lazio Meridionale – Latina, le modifiche previste per la Carta dei Servizi e per il Regolamento di Utenza del Servizio Idrico Integrato.

In particolare, sono due i temi di interesse:

  1. la disciplina per le utenze condominiali, le quali vedranno la possibilità di suddivisione degli impianti sulle singole unità immobiliari;
  2. lo sgravio per gli utenti in caso di perdite occulte, al quale vengono oggi applicati nuovi criteri di calcolo.

“Abbiamo recepito le disposizioni dall’Autorità di Regolazione, agendo nel pieno interesse e nella tutela dei cittadini del Lazio Meridionale – dichiara Gerardo Stefanelli, Presidente di Egato 4 Latina – Grazie alle modifiche applicate faremo emergere il sommerso che danneggia gli utenti che regolarmente provvedono a pagare le quote di utilizzo, oltre a premiare coloro che quotidianamente si distinguono per un consumo parsimonioso e ponderato della risorsa idrica. Vogliamo lavorare in questa direzione per introdurre processi virtuosi che permettano di salvaguardare la risorsa idrica e ottimizzare gli investimenti”.

Stipula di un contratto distinto nelle utenze condominiali

La prima novità riguarderà la contrattualizzazione delle utenze condominiali. Gli utenti dei condomini potranno scegliere di contrattualizzare autonomamente il proprio impianto consentendo al gestore di installare appositi contatori nell’area condominiale: una misura che consentirà, tramite la rilevazione e la ripartizione dei costi delle singole utenze, di tutelare e premiare tutti i cittadini attenti al risparmio idrico, che pagheranno per quanto effettivamente consumato.

Tutela verso le perdite occulte

In caso di perdite occulte, i cittadini avranno la facoltà di richiedere al Gestore uno sgravio del consumo maturato nel periodo interessato dalla perdita che tutela maggiormente i cittadini rispetto al vecchio Regolamento.

Al presentarsi di tali condizioni, il Gestore provvederà quindi ad applicare i criteri di sgravio stabiliti da ARERA, i quali prevedono un pagamento delle tariffe di fognatura e depurazione in base al consumo storico dell’utente – mentre per la componente acquedotto l’utente, fatta salva una franchigia del 30%, pagherà i restanti consumi eccedenti ad una tariffa agevolata.

“Il prossimo passo sarà lavorare per l’approvazione del nuovo Statuto, un’importante novità in grado di attribuire sempre maggiore dignità all’Ente – ha affermato Stefanelli, che prosegue – Fino a qualche mese fa i cittadini ignoravano l’esistenza di Egato 4 Latina. Il nostro obiettivo è farci percepire come un soggetto in grado di tutelare gli interessi degli utenti e i loro diritti, lavorando ogni giorno per fornire un servizio dalla qualità sempre più alta”.

Il futuro dell’agricoltura con la tecnologia idroponica: l’intervista a Edera Farm

Il settore agricolo registra l’utilizzo di circa il 70% delle risorse idriche mondiali, diventando così il primo per consumo di acqua. Sviluppare e investire su tecnologie in grado di ridurne la dispersione diventa quindi una sfida globale. Edera Farm rappresenta un esempio di come si possano ripensare le tecniche produttive attraverso quella che viene conosciuta come “idroponica”. Con Egato 4 Latina abbiamo intervistato il suo fondatore, Alessio Saccocio, per conoscere la storia della start-up e la sua evoluzione.

Edera Farm nasce nel 2021, ma la sua storia comincia prima?

Si. Il progetto nasce sul territorio di Latina nel 2018 con Idroluppolo, la prima start-up europea a produrre luppoli attraverso la tecnologia idroponica. Visto il mercato italiano, in forte crescita durante quegli anni, il nostro obiettivo era quello di trovare un modo di produrre un luppolo (che allora era per il 97% importato) sul nostro territorio in maniera sostenibile. Io e quello che allora era il mio socio, Carlo Muzzi, in quel periodo ricercatore universitario di Tor Vergata, abbiamo iniziato la sperimentazione sulla produzione a idroponica del luppolo grazie alla vittoria di un bando della Regione Lazio, il quale ci ha permesso di noleggiare la prima serra a Terracina.

Da qua siamo cresciuti, realizzando tra i 4 e i 5 impianti in giro per l’Italia e affinando le tecniche di lavorazione sia al chiuso che all’aperto. Ed è così che nell’agosto del 2021 abbiamo ricevuto il primo finanziamento europeo Venture Capital dai nostri attuali partner, Ulixess: loro hanno apprezzato le nostre tecnologie e ci hanno proposto di trasformare la nostra start-up in Edera Farm, utilizzando quindi gli impianti idroponici per tutte le tipologie di piante.

Dopo il finanziamento si sono inoltre prospettate molte opportunità di collaborazione. Una di queste è avvenuta con Siad, Società Italiana Acetilene, grazie alla quale stiamo lavorando per brevettare gas alternativi che possano ridurre l’utilizzo di pesticidi in agricoltura. Inoltre, con l’Università della Sapienza stiamo studiando un modo per utilizzare tali gas per aumentare le difese della pianta.

E poi c’è il tuo brevetto Alessio?

Esattamente. Il REC system, ovvero un sistema innovativo per la produzione di piante a grande e media radicazione. Il focus è quello di andare a sostituire i classici panetti di substrato utilizzati nella tecnologia a idroponica, riducendo quindi gli sprechi dello stesso grazie all’utilizzo della sola acqua.

Ma in cosa consiste la tecnologia idroponica?

L’idroponica è un tipo di tecnologia che permette di coltivare piante riducendo il consumo di acqua e di agrofarmaci. Con essa, infatti, la terra viene sostituita da un substrato di acqua addizionata a nutrienti e ossigeno che circolano nelle radici della pianta permettendo la sua crescita. 
L’idroponica più utilizzata è quella nata negli anni Settanta: questa utilizza 50-60 litri di substrato, il quale non viene però recuperato. La tipologia di idroponica da noi proposta prevede, invece, che le radici crescano direttamente in acqua senza l’impiego di una massiccia quantità di substrato: si sfruttano infatti solo 6 litri, risparmiandone quindi l’80% rispetto alle tecnologie tradizionali.

E grazie alla vostra innovazione quale impatto avete avuto sul risparmio idrico?

Per la produzione di foglia verde (piante aromatiche, basilico e tutto ciò che non fiorisce) abbiamo registrato un 97% di acqua risparmiata in ambiente indoor – controllando quindi temperatura, umidità e luminosità. In ambiente outdoor registriamo tra l’80 e l’85% di acqua risparmiata, anche perché sfruttiamo il sistema a ricircolo che ci permette di riutilizzare l’acqua in eccesso che viene recuperata, ritrattata e immessa nel sistema. Per quanto riguarda invece le piante grandi, quelle da frutto, siamo intorno al 60-65% di acqua risparmiata rispetto alla coltura in campo.

La questione del risparmio e recupero delle acque è centrale: l’idroponica può infatti ridurne l’utilizzo del 97% rispetto all’agricoltura tradizionale. Proprio per questo è importante che questa tecnologia si sviluppi e cresca nel suo utilizzo. Finora in Italia ha rappresentato il fanalino di coda vista la buona qualità del terreno. L’Unione Europea si sta comunque muovendo per evolvere le classiche modalità di agricoltura. E proprio l’Unione Europea ha dato vita a dei bandi chiamati Edogreen per portare queste tecniche all’interno delle scuole.

Anche Edera Farm partecipa a questo progetto coinvolgendo gli studenti italiani.

Si. Stiamo realizzando due impianti idroponici didattici in Sicilia, uno nella provincia di Bari e l’altro ad Isernia. Noi insegneremo ai professori come utilizzare questi tipi di impianti e loro trasmetteranno le conoscenze apprese ai loro alunni.

Quindi offrite consulenza per aziende e agricoltori e didattica per la scuola. Ma c’è anche possibilità di contattarvi per soluzioni domestiche?

I piccoli impianti realizzati per le scuole potrebbero essere in realtà soluzioni ottime anche per l’uso domestico. Ad esempio, per le insalate abbiamo progettato impianti che possono produrre dai trenta ai cinquanta raccolti al mese. Abbiamo, inoltre, impianti che producono frutti in piccole quantità. Per il futuro abbiamo quindi programmato di aprirci al mercato del privato, facendo sì che le famiglie possano acquistare questi impianti per produrre i propri raccolti sul balcone, in casa o nel giardino. Tra l’altro lavoreremo anche su dei videocorsi: sarà quindi possibile comprare le nostre tecnologie e avere un video di spiegazione su come produrre in casa i propri ortaggi.

World Soil Day: l’impatto dell’acqua nella protezione del suolo

Word Soil Day

Il 5 dicembre di ogni anno si celebra il World Soil Day, conosciuto in Italia come Giornata Mondiale del Suolo, una data istituita nel 2014 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) per ricordare l’importanza di mantenere un suolo in salute per ottenere ecosistemi sani e un benessere umano e animale.

L’edizione 2022 è dedicata alla sensibilizzazione sul grave problema della perdita di nutrienti del suolo, riconosciuto come uno dei maggiori fattori di rischio a livello globale per la sicurezza alimentare e la sostenibilità in tutto il mondo, non a caso è stato scelto per la campagna il nome “Soils, Where food Begins” (Suoli, dove inizia il cibo).

Ma qual è il rapporto tra acqua e suolo?

Il suolo regola il ciclo naturale dell’acqua, filtrandola e depurandola. Questo rappresenta un anello fondamentale del flusso energetico e del ciclo dei nutrienti che contraddistinguono l’ecosistema Terra.
La maggior parte delle funzioni ecologiche ed economiche assicurate dal suolo sono però permesse soltanto se il bacino idrico non viene compromesso.

Tra le minacce che affliggono i suoli, infatti, molte di queste sono dovute all’acqua, sia per motivi ambientali sia per una sua cattiva gestione. Tra i pericoli rappresentati dalla risorsa idrica troviamo, ad esempio:

  • Erosione: dovuta a un’impattante azione dell’acqua che porta gradualmente alla perdita di suolo. Questa può essere accelerata da eventi climatici estremi quali piogge intense o, al contrario, siccità. La conseguenza, oltre alla perdita di porzioni di territorio, è l’innalzamento del livello del mare che può modificare il suolo delle aree costiere o portare contaminanti di origine marina;
  • Salinizzazione: dovuta a un’eccessiva irrigazione, in particolar modo quando le acque sono di scarsa qualità e portano a un accumulo di sali;
  • Inondazioni: dovute a una quantità di acqua in eccesso che non riesce ad essere assorbita dal suolo e finisce inevitabilmente per formare corsi d’acqua pericolosi;
  • Smottamenti: quando un terreno è sovraccarico d’acqua e, aumentando di peso, scivola verso il versante.

I cambiamenti climatici sono in parte causa di questi rischi; ma non solo: a partire dagli anni Cinquanta, infatti, l’umidità del suolo si è fortemente ridotta nell’Europa mediterranea, mentre è aumentata in quella settentrionale. Il calo di umidità può rendere necessaria una maggiore irrigazione dei terreni agricoli e causare una diminuzione dei raccolti, se non addirittura una desertificazione dei suoli con conseguenze drammatiche nella produzione alimentare.

Per poter contribuire a modificare tale situazione è necessario agire nel rispetto delle diverse risorse naturali.

Nel corretto utilizzo del suolo, è necessario partire dai gesti più semplici, evitando il suo inquinamento con scarti e rifiuti. Oltre a queste “piccole” azioni, scienziati e attivisti hanno più volte indicato l’importanza di agire sugli ecosistemi per difenderli e contribuire a ripristinarli attraverso, ad esempio, lo stoccaggio di carbonio organico presente nei suoli della Comunità Europea.

Ma, proprio riguardo all’acqua, è fondamentale ricordare l’importanza di un utilizzo consapevole della risorsa, in particolare nel settore agricolo. Come soluzione ai tradizionali metodi utilizzati in agricoltura, infatti, lo sviluppo di nuove tecnologie rispettose sia del suolo che dell’acqua possono essere un punto di partenza: si pensi ad esempio alla tecnica a idroponica, in cui non si utilizza (o si utilizza in minima parte) il terreno, salvaguardando al contempo l’acqua da un suo sproporzionato sfruttamento.

Nell’utilizzo di entrambe le risorse, tanto dell’acqua quanto del suolo, questa giornata ci ricorda come queste rappresentino un bene pubblico fondamentale per la sopravvivenza. Queste possono essere sfruttate ma non distrutte, per questo chi le utilizza è anche responsabile della loro protezione.

L’acqua come alleato: l’invecchiamento del vino nei fondali marini grazie a Orygini

https://www.egato4latina.it/?p=3936

Attraverso la rubrica “acqua e cultura Egato 4 Latina racconta la storia di quelle realtà che hanno scelto di utilizzare la risorsa idrica in modo innovativo, smart e non convenzionale. Come Orygini, una start-up che ha fatto delle acque marine siciliane le proprie “cantine” in cui sviluppare un nuovo tipo di invecchiamento del vino, quello subacqueo. Ne parliamo con Luca Catania, uno dei tre fondatori e grande appassionato di enologia, tanto da farla diventare parte centrale della propria vita.

Luca, come è nata l’idea di fondare Orygini?

Orygini nasce da tre amici con esperienze professionali completamente diverse: Io mi occupo di comunicazione e marketing, Riccardo Peligra si occupa di finanza e Giuseppe Leone è un ingegnere. Tutti e tre siamo accomunati dalla passione di vini. Proprio per questo, uno di noi si è imbattuto in un articolo che trattava del ritrovamento di alcune casse di Champagne che, rimaste per anni sul fondale marino, inaspettatamente risultavano integre e avevano dato a quest’ultimo un’ottima qualità.
Da questa rivelazione è nata la nostra idea: abbiamo subito pensato di vedere cosa sarebbe accaduto facendo maturare il vino nelle acque della Sicilia. Poi, come il famoso detto, ottimo per il nostro contesto, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”: l’attività che avevamo in mente non era infatti regolamentata e riuscire a registrare la nostra “cantina” a 48 metri sul fondale marino è risultato molto complicato.

L’affinamento è quindi il punto focale della vostra attività?

Si. Dopo aver selezionato i vini da immergere, prodotti dalle due cantine che collaborano con noi – la Cantina Benanti e la Cantina Passopisciaro – prepariamo le bottiglie per l’immersione e, durante la notte (per evitare sbalzi termici) le trasportiamo al molo dove inizierà il loro viaggio tra le acque siciliane. Il punto di immersione si trova infatti in un’Area marina protetta, quella dell’Isola dei Ciclopi, vicinissima al vulcano Etna. In questi fondali le bottiglie vengono adagiate e rimangono per il periodo di invecchiamento richiesto (normalmente di sei mesi).

L’acqua diventa quindi un vostro alleato: siete l’esempio di come la risorsa idrica possa essere utilizzata in maniera totalmente innovativa.

Assolutamente. Per scoprire cosa accadesse al vino sott’acqua abbiamo contattato l’Università di Catania. Questa ha condotto delle analisi su ogni singolo step. A oggi è in corso il primo studio a livello internazionale sull’invecchiamento dei vini nell’acqua di mare. Questo ci permetterà di creare un protocollo di affinamento subacqueo. In ogni caso, dai dati scientifici e dall’assaggio si può notare come, grazie a questa risorsa, il vino raggiunga un’ottima qualità in un breve lasso di tempo: sembra infatti che il mare, attraverso la temperatura costante, le microfiltrazioni, il buio, l’assenza di rumore e i piccoli movimenti, riesca a invecchiare più velocemente il vino. Un ottimo dato sia per il prodotto che per l’impatto ambientale.

Una caratteristica di questa tecnica è infatti il bassissimo impatto a livello energetico e ambientale.

Sì. Grazie alla temperatura marina che rimane costante (14 gradi), abbiamo trovato il clima ideale che ci permette di evitare l’energia necessaria a refrigerare una qualsiasi cantina. L’impatto è notevole, basti pensare che per 1.000 bottiglie immerse, si risparmiano ben 68 chilogrammi di CO2 rispetto ai tradizionali metodi di affinamento in superficie.

Inoltre, tutto ciò che viene utilizzato nelle cantine in fase di raffreddamento, e che può richiedere l’utilizzo di acqua, viene meno in quanto il fondale marino permette di raggiungere le temperature ottimali senza la necessità di utilizzare strumenti tecnologici appositi. Il che ci permette di avere un risparmio idrico dato da tutti gli strumenti che abbiamo deciso di eliminare nell’affinamento.

E non esiste alcun rischio per quanto riguarda l’ecosistema marino?

Assolutamente no. Agiamo nell’assoluto rispetto delle acque e siamo stati autorizzati dall’Area Marina Protetta, la quale ha verificato che non ci fosse alcun tipo di rischio per l’ecosistema. Il completo rispetto delle acque è infatti tra i nostri obiettivi, per questo ci stiamo muovendo per implementare maggiormente la sostenibilità nella mobilità via mare, che nel prossimo futuro vogliamo rendere completamente green attraverso strumenti di trasporto a idrogeno.

Risparmiare 160 litri di acqua con un lavaggio? L’intervista a Wash Out, l’azienda di Car Care che offre un servizio waterless

Egato 4 Latina ha scelto di raccontare, attraverso la sua rubrica “Acqua e innovazione”, la storia di coloro che ogni giorno operano per permettere la salvaguarda della risorsa idrica grazie a un importante risparmio applicato alla propria attività. Un progetto che permetterà all’Ente di incontrare aziende virtuose, innovatori o start-upper che hanno fatto della sostenibilità il loro motto.

Tra questi anche Wash Out, una start-up nata nel 2016 con l’obiettivo di ridurre l’utilizzo di acqua nel cosiddetto “Car Care”, cioè nella pulizia di automobili private o vetture aziendali. Un impegno che ha raggiunto molte città italiane, fino a sbarcare in Francia, contribuendo a salvare milioni di litri di acqua in pochi anni. Egato 4 Latina ha intervistato intervistato uno dei tre fondatori:

Da dove nasce l’idea di Wash Out?

Wash Out nasce nel 2016 sull’iniziativa di tre fondatori: all’estero per lavoro, ci accorgiamo di una particolare tipologia di lavaggio waterless con prodotti senz’acqua nei parcheggi dei centri commerciali. Decidiamo così di evolvere l’idea in chiave digitale e strutturare il business in Italia, in un mercato all’epoca fermo, puntando sulle potenzialità eco-sostenibili del servizio.
Il percorso di crescita è passato poi dall’incubatore dell’Università Bocconi di Milano e dalla vittoria nel 2018 di B-Heroes (docu-serie dedicata alle start-up innovative Made in Italy); da lì, i primi contatti con Telepass e relativi round di investimento fino ad arrivare all’acquisizione nel 2020, perfettamente in linea con la strategia “Safe & Clean”, dell’azienda di mobilità.

Ma che cosa significa “lavaggio waterless”?

Può sembrare un controsenso, invece è proprio così: con “lavaggio waterless” si intende un tipo di lavaggio con assenza di acqua, la quale viene sostituita da prodotti specifici e, nel nostro caso, attenti al rispetto dell’ambiente.

Possiamo quindi definire il vostro come un servizio di “Car Care” atipico. Ma come funziona esattamente?

Si, il nostro è un servizio di lavaggio e cura completa a domicilio del veicolo (auto e moto), che si rivolge ad utenti privati e clienti del mondo business (dealer e concessionari, flotte aziendali, car sharing). Ciò che lo caratterizza è proprio l’assenza di acqua: utilizziamo, infatti, prodotti waterless specifici per ogni superficie (dalla carrozzeria all’abitacolo fino ai vetri), che fanno “venire a galla” lo sporco, il quale viene poi ripulito con un panno antigraffio in microfibra. La novità passa anche nel digitale: il consumatore potrà infatti prenotare accedendo all’app presente nello store.
Le nostre parole chiave sono quindi innovazione, specializzazione ed eco-sostenibilità, grazie all’approccio waterless e ai nostri prodotti specifici senz’acqua.

Il progetto è sbarcato in altre città italiane, addirittura all’estero: quanti “Washer” lavorano con voi?

Siamo nati nel 2016 a Milano ma ben presto ci siamo ingranditi ed espansi: ad oggi siamo presenti anche a Roma, Torino, Firenze, Bologna e, da inizio 2022, siamo sbarcati sul mercato francese a Parigi, Lione e Nizza.
Il nostro Team si compone di oltre 30 persone nelle varie funzioni aziendali ed oltre 100 Washer, i professionisti specializzati e da noi formati, che erogano il servizio.

Tra i consigli dati al cittadino da Egato 4 Latina, uno dei principali è quello di evitare il lavaggio “casalingo” della propria auto per non sprecare acqua potabile. Ma il vostro tipo di servizio permette un risparmio anche maggiore di quello apportato da un autolavaggio?

Certamente! Il nostro servizio waterless consente un risparmio di circa 160 litri d’acqua per lavaggio, dati calcolati grazie a una ricerca in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Oltre all’aspetto idrico, contribuiamo a ridurre l’impatto in termini di anidride carbonica emessa: grazie ai minori spostamenti dei clienti verso i tradizionali autolavaggi, solo nel 2021 abbiamo “salvato” oltre 6.800 kg di CO2 nelle città in cui siamo attivi.

Approssimativamente, quanta acqua avete risparmiato negli anni?

Nel 2021 abbiamo contribuito a “salvare” oltre 26 milioni di litri d’acqua.
Il numero è in costante aumento, basti pensare che nel 2020 erano stati circa 15 milioni. Riuscendo quindi a espandere la nostra rivoluzione del Car Care in altri paesi potremmo davvero risparmiare un elevata quantità d’acqua!

I volti di Wash Out

COP27: l’acqua al centro con il progetto AWARe

La crisi idrica globale sta attualmente colpendo miliardi di persone in tutto il mondo e si prevede che sarà ulteriormente aggravata dall’aumento della domanda, dal cambiamento della disponibilità idrica e dal crescente impatto di inondazioni e siccità.

Solo attraverso una maggiore cooperazione internazionale può essere data una risposta a queste problematiche, ed è infatti di questo che si è discusso nella sessione di apertura della giornata tematica dell’acqua durante COP27. Un argomento particolarmente rilevante quello dell’acqua, ma non sempre discusso durante le Conference of Parties. L’ospitata egiziana ha aiutato a far emergere il tema: è stato infatti ricordato che le risorse idriche del Paese non potranno soddisfare a lungo i bisogni della sua popolazione in crescita.

Durante l’evento, proprio ricordando come gli scenari climatici futuri prefigurino uno stress idrico estremo, la presidenza di COP27 insieme all’Organizzazione Metereologica Mondiale (WMO) hanno presentato AWARe (Action on Water, Adaptation and Resilience), un’iniziativa per mettere l’acqua al centro della discussione pubblica e promuovere la cooperazione mondiale sulla stesso.

La sfida di AWARe sarà quella di offrire soluzioni di adattamento al cambiamento climatico che siano efficienti per la vita delle persone e del pianeta. Tre gli obiettivi principali del progetto:

  • Diminuire le perdite d’acqua in tutto il mondo e migliorare l’approvvigionamento idrico;
  • Proporre e sostenere l’attuazione di politiche comuni inerenti alla tematica dell’acqua;
  • Promuovere la cooperazione internazionale al fine di raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, in particolare l’SDG 6 inerente alla risorsa idrica.

Il ministro egiziano per i sistemi idrici e di irrigazione, Hani Sewilam, ha dichiarato: “La crisi idrica globale sta colpendo miliardi di persone in tutto il mondo. L’iniziativa AWARe catalizza la cooperazione inclusiva per l’adattamento all’utilizzo dell’acqua visti i cambiamenti climatici, oltre a una maggiore resilienza“.

Dall’iniziativa verranno quindi concordate misure per: disaccoppiare la crescita economica dall’uso e dal degrado dell’acqua; proteggere e ripristinare gli ecosistemi di acqua dolce; promuovere una gestione sostenibile delle acque reflue; creare strategie igienico-sanitarie e percorsi energetici efficienti.

Inoltre, sarà fondamentale anche il lavoro dedicato allo sviluppo dei sistemi di allerta precoce per eventi meteorologici estremi: “Il 74% di tutti i disastri naturali sono legati all’acqua – ha commentato la Dott.ssa Elena Manaenkova, vicesegretaria generale del World Meteorological Institute – dobbiamo ancora fare molto per aiutare le società e avere strategie efficaci di gestione dei disastri che proteggano le comunità e limitino i rischi legati al clima“.

Il Pan African Centre For Climate Policy, ospitato dall’Egitto, garantirà il principale meccanismo di attuazione e si concentrerà sulle principali attività e azioni di AWARe, tra cui finanza, tecnologia e sviluppo.